Da quando, ribaltando le previsioni, General Motors ha deciso di non vendere più Opel a Magna, si sono accavallate reazioni su reazioni. Il panorama è piuttosto fitto, motivo per il quale procediamo per singoli punti.
Germania. Frau Merkel pare sia furibonda. Finché è durato, l'accordo con Magna è stato una delle sue più nette vittorie politiche, capace convincere sia i sindacati sia gli allora alleati socialdemocratici. A Berlino considerano però del tutto chiusa la vicenda, almeno sotto il profilo economico. Sotto quello politico, non sono chiare le eventuali ripercussioni; tuttavia, è nell'aria un vertice Merkel-Obama sulla questione, anticipato da un'incontro del nuovo ministro degli Esteri Guido Westerwelle con il presidente Usa. Il ministro, però, è anche il leader dell'Fdp, la formazione liberale contraria alla vendita. E' quindi molto probabile che gli animi si raffredderanno. Altrettanto sicura – lo dice il portavoce del governo, Ulrich Wilhelm, è che Opel non andrà in insolvenza. Non è un attestato di stima; è l'indisponibilità dell'esecutivo ad autorizzare eventuali procedure fallimentari. Sul piede di guerra sono anche i sindacati. Gm ha appena confermato i tagli al personale: 10mila su 50mila dipendenti in tutto il mondo. Ma con Magna c'era la certezza che i 25mila lavoratori tedeschi non sarebbero stati toccati; ora quella certezza non c'è più.
Russia. Rabbia mal celata anche al Cremlino, per il quale Magna era la porta d'ingresso di una banca a forte connotazione pubblica (Sberbank, tra i soci del consorzio) nel mercato dell'auto europeo. Vladimir Putin, il premier, è stato chiarissimo: “La battaglia per conquistare Opel ancora non è finita. Non è certo Gm che può decidere del futuro della Casa tedesca”.
Italia. Non siamo direttamente coinvolti, ma la miglior risposta a Putin l'ha data un italiano: Luca Cordero di Montezemolo. Il presidente Fiat ha spiegato: “E' diritto di ogni proprietario di poter decidere e forse anche di cambiare idea”. E Gm è il proprietario di Opel. Detto da Fiat, è una rinuncia ad una possibile nuova offerta del Lingotto per Opel, dopo quella formulata la scorsa primavera. A Detroit per Chrysler, Sergio Marchionne ha detto: “E' una scelta totalmente razionale perché considerando quello che è successo era l'unica soluzione”.
Austria-Canada. Ovvero i paesi cui fa capo Magna. Il cui capo, Frank Stronach, sarebbe nella condizione di minacciare cause per miliardi di euro. Invece è serafico come un asceta: “La vita va avanti”. Proviamo a pensar male: Magna è felice di essersi tolta un peso. Fare auto non è mai stato il suo mestiere, e provarci in un momento come l'attuale è quasi un suicidio. Per di più, un folto gruppo di clienti (tre tra tutti: Volkswagen, Bmw, Fiat) aveva annunciato un ritiro delle commesse. Con quale perdita di soldi, è facile immaginare.
Gran Bretagna. Il governo è felice della scelta ed è pronto a sostenere Gm. I sindacati parlano di “decisione fantastica”.
Polonia. La Opel ha un impianto a Tychy (dove ce l'ha anche Fiat), dove pare siano tutti soddisfatti.
Belgio. Ad Anversa, il sito produttivo più a rischio della Casa del Lampo, la soddisfazione per l'annullamento di un piano “non buono” (così era definito l'accordo con Magna) è molta. Ma le maestranze chiedono di essere rassicurate.
Spagna. Il ministro spagnolo dell'Industria Miguel Sebastian è molto sorpreso, ma è pronto alle trattative. Per le quali, però, non lascia molto spazio: non saranno accettate soluzioni in contrasto con l'accordo preso dai sindacati locali con Magna. E cioè, taglio di massimo 900 posti di lavoro.
Chi paga? Per la ristrutturazione di Opel, dicono a Detroit, servono 3 miliardi di euro. E Berlino ne rivuole 1,5 (tanto ha investito il governo per tenere in vita la Casa). Parafrasando Winston Churchill, a Ruesselsheim c'è il rischio concreto di un periodo di “lacrime e sangue”.




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